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Gli Austriaci Derisero I Soldati Italiani Come Vigliacchi Dopo Caporetto — Poi Uomini In Nero Pre… hyn

I suoi superiori lo guardano con sospetto, ma Bassi sa qualcosa che loro non sanno ancora. sa che la guerra moderna non si vince con le masse, si vince con uomini che non hanno paura di morire, uomini che entrano nelle trincee nemiche, mentre l’artiglieria sta ancora sparando. Uomini che combattono con i coltelli tra i denti, li chiama arditi, gli audaci, i temerari.

 E presto gli austriaci che oggi ridono della disfatta di Caporetto impareranno a temere quel nome. Sdricca di Manzano, provincia di Udine. Estate 1917. Un campo di addestramento come non se ne sono mai visti nell’esercito italiano, anzi come non se ne sono mai visti in nessun esercito del mondo. Al centro del campo, un uomo sui 30 anni sta parlando a un gruppo di volontari appena arrivati.

Si chiama Giuseppe Bassi, ha il grado di colonnello e quello che sta per dire cambierà la storia della guerra. Dimenticate tutto quello che vi hanno insegnato. I volontari lo guardano in silenzio. Sono stati selezionati tra i migliori: alpini delle montagne, bersaglieri ciclisti, fanti che si sono distinti per coraggio, ma quello che vedono intorno a loro non assomiglia a niente di quello che conoscono.

Il fucile che avete imparato a usare, lasciatelo a casa. Intrincea è troppo lungo, troppo pesante, troppo lento. Quando entrerete nelle linee nemiche non avrete tempo di mirare e sparare. Avrete tempo solo di uccidere. Bassi fa un cenno. Un sottfficiale porta una cassa di legno e la apre davanti ai volontari.

Dentro ci sono pugnali, lame di acciaio lunghe 20 cm con manico in legno e fodero in metallo. Alcuni riconoscono la forma. Sono baionette del vecchio fucile Vetterly, tagliate a metà e rimodellate. Una soluzione improvvisata, nata dalla mancanza di risorse, ma micidiale. Questa sarà la vostra arma principale.

Imparerete a usarla come nessun soldato l’ha mai usata prima. Quello che Bassin non dice è che le tecniche che insegnerà vengono da un manuale di scherma scritto nel 1410. Si chiama Fior di Battaglia, l’ha scritto un maestro d’armi friulano di nome Fiore dei Liberi e contiene tecniche di combattimento con spada, pugnale e mani nude che l’esercito italiano ha riscoperto per necessità.

 Ma non è tutto. Tra gli istruttori del campo c’è un uomo che non parla italiano. Si chiama Arukichi Shimoi. È un poeta giapponese che si è arruolato volontario nell’esercito italiano per motivi che nessuno ha mai capito bene. Ma Shimoi ha portato con sé qualcosa di prezioso. la conoscenza delle arti marziali del suo paese, Giugitsu, karate, tecniche di combattimento corpo a corpo che in Europa nessuno conosce.

Gli arditi impareranno tutto, le tecniche medievali italiane e quelle orientali giapponesi. Diventeranno i primi soldati della storia addestrati a uccidere con le mani nude, secondo metodi scientifici. Ma il pugnale non è l’unica innovazione. Bassi apre un’altra cassa. Dentro c’è qualcosa che sembra un fucile, ma non lo è.

 Due canne affiancate, un caricatore curvo, una struttura compatta che si può portare con una mano sola. Villarosa, calibro 9 mm, 1200 colpi al minuto. I volontari si guardano. 1200 colpi al minuto. È una cifra che non ha senso. I fucili che conoscono sparano forse 10 colpi al minuto. Se sei veloce. I tedeschi stanno sviluppando qualcosa di simile.

 Si chiamerà MP18 e entrerà in servizio l’anno prossimo, ma noi ce l’abbiamo già. La Villarperosa era stata progettata come mitragliatrice leggera per gli aerei. Non aveva funzionato. Era troppo leggera, troppo imprecisa per il combattimento aereo. Ma Bassi aveva capito che quelle caratteristiche la rendevano perfetta per un altro tipo di guerra.

La guerra nelle trincee. Un uomo solo con una villa arperosa in mano può entrare in una trincea nemica e spazzarla da un capo all’altro in pochi secondi. Prima che il nemico capisca cosa sta succedendo. È già morto. Poi ci sono le bombe a mano. Granata Tevn. L’esplosione è debole, quasi non fa danni, ma il rumore Bassi fa una pausa.

 Il rumore è assordante. Quando ne lanciate 10 in una trincea, i soldati nemici non capiscono più niente. Sono sordi, confusi, terrorizzati e a quel punto entrate voi. L’addestramento è brutale. Ogni giorno i volontari devono correre sotto il fuoco dell’artiglieria amica. Vera artiglieria, verepl. Gli arditi attaccheranno le trincee nemiche, mentre il bombardamento è ancora in corso.

 Arriveranno insieme alle ultime granate quando il nemico è ancora rannicchiato nei rifugi. Per fare questo devono imparare a non avere paura delle esplosioni. Alcuni muoiono durante l’addestramento. Schegge di granata, esplosioni troppo vicine. È un prezzo che Bassi considera accettabile. Se avete paura qui, morirete là fuori. Meglio scoprirlo adesso.

 Chi sopravvive all’addestramento riceve privilegi che nessun altro soldato italiano ha mai avuto. Paga tripla rispetto alla fanteria normale, cibo migliore, razioni di grappa incluse, alloggi decenti quando non sono al fronte e soprattutto niente servizio intrincea. Gli arditi non difendono, gli arditi attaccano. Quando non combattono vivono nelle retrovie, si allenano, riposano.

 Poi arriva l’ordine e partono. Camion li portano fino al fronte, attaccano. Se sopravvivono tornano indietro. L’uniforme li distingue da tutti gli altri. Niente zaino, niente equipaggiamento pesante, un maglione grigio verde sotto la giubba aperta, un fez nero con fiocco, simile a quello dei bersaglieri, ma di colore diverso.

 E sul bavero le fiamme nere, il simbolo che diventerà leggendario. Entro la fine del 1917 gli arditi sono 18.000. 25 reparti d’assalto, ognuno con circa 600 uomini, un esercito dentro l’esercito. Il loro simbolo è un teschio con un pugnale tra i denti. Il loro motto è semplice: o la vittoria o tutti accoppati, o vinciamo o moriamo tutti.

 Non è retorica, è statistica. In ogni attacco gli Arditi perdono tra il 25 e il 30% dei loro uomini. Un soldato su quattro non torna. Ma quelli che tornano hanno fatto qualcosa che nessun altro reparto è capace di fare. Hanno preso la trincea. E adesso, mentre l’esercito italiano si riorganizza dietro il Piave, mentre gli austriaci festeggiano quella che credono sia la vittoria finale, 18.

000 Uomini in nero stanno aspettando il loro momento. Gli austriaci non sanno ancora cosa sta arrivando. Notte del 18 agosto 1917, Montefratta, fronte dell’Isonzo. Sono le 3:00 del mattino. 150 uomini sono distesi nel fango a 200 m dalle trincee austria non si muovono, non parlano, respirano piano con la bocca aperta per non fare rumore.

 Ognuno di loro porta 12 granate tea appese alla cintura, un pugnale nel fodero, una pistola nella fondina, niente fucile, niente zaino, solo quello che serve per uccidere. Il tenente che li comanda guarda l’orologio. Ancora 20 minuti. Dietro di loro le batterie italiane sono pronte. 150 cannoni puntati sulle linee austriache.

 Tra poco apriranno il fuoco e il mondo diventerà un inferno di esplosioni. Ma gli arditi non si ritireranno al riparo, come fanno tutti gli altri soldati. Loro avanzeranno dentro quell’inferno. Questa è la tattica che Bassi ha inventato. Questa è la follia che li renderà invincibili. Alle 3:20 il cielo si illumina. Il rumore è qualcosa che non si può descrivere a chi non l’ha sentito.

 150 cannoni che sparano insieme, i proiettili che fischiano sopra la testa, le esplosioni che sollevano la Terra a 200 m di distanza. Un uomo normale si rannicchierebbe, cercherebbe riparo, pregherebbe che finisca presto. Gli arditi si alzano e cominciano a camminare. Non corrono. Correre sotto il bombardamento significa perdere la formazione, significa arrivare alle trincee in disordine.

Camminano un passo dopo l’altro, dritti verso le esplosioni. Le schegge fischiano intorno a loro. Qualcuno cade. Gli altri continuano. A 100 m dalle trincee il bombardamento si alza. I cannoni italiani allungano il tiro, cominciano a colpire le seconde linee austriache. È il segnale. Adesso corrono. Gli austriaci nelle trince stanno ancora cercando di capire cosa succede.

 Per mezz’ora sono rimasti nei rifugi sotterranei, rannicchiati, mentre le granate esplodevano sopra di loro. Adesso il bombardamento sembra finito. si alzano, si guardano intorno, cercano di riprendere le posizioni ed è in quel momento che vedono arrivare gli uomini in nero. 150 arditi che corrono verso di loro urlando con le granate in mano.

 La prima ondata di Tevna arriva nelle trincee prima che gli austriaci possano reagire. 10, 20, 30 esplosioni in pochi secondi. Il rumore è assordante, il fumo acceca, la confusione è totale e poi arrivano i pugnali. Gli arditi saltano nelle trincee e cominciano a uccidere. Non c’è tempo per pensare, non c’è tempo per avere paura.

 Un movimento fluido, afferrare il nemico per il colletto, tirarlo verso di sé, affondare la lama nel collo o nel petto, passare al prossimo e al prossimo e al prossimo. Nelle trincee si combatte a distanza di un braccio. I fucili sono inutili, troppo lunghi per essere girati nello spazio angusto. Le baionette si incastrano nelle pareti di terra, ma il pugnale è perfetto, corto, veloce, mortale.

 Un sottfficiale austriaco cerca di organizzare una resistenza, grida ordini, cerca di radunare i suoi uomini, un ardito gli arriva alle spalle e gli taglia la gola. Il corpo cade nel fango e l’ardito è già passato oltre. In un angolo della trincea, un mitragliere austriaco sta cercando di girare la sua arma verso gli attaccanti.

 Non fa in tempo. Un ardito gli lancia una granata da 3 m di distanza. L’esplosione lo scaraventa contro la parete di terra. L’ardito salta oltre il corpo e continua ad avanzare. La battaglia dura 20 minuti. Quando finisce la trincea austriaca non esiste più come posizione difensiva. I sopravvissuti sono in fuga verso le seconde linee, i morti sono ovunque e gli arditi stanno già consolidando la posizione, preparandosi a respingere il contrattacco che arriverà sicuramente.

Il bilancio dell’operazione, 500 prigionieri austriaci, otto mitragliatrici catturate. Le perdite italiane sono minime, meno di 20 uomini. La notizia arriva al comando austriaco poche ore dopo. I generali non capiscono cosa sia successo. Un attacco italiano che ha funzionato? Impossibile.

 Gli italiani non attaccano così. Gli italiani mandano ondate di fanteria contro le mitragliatrici e muoiono a migliaia. Ma questo è qualcosa di diverso. Questo è qualcosa di nuovo. Un mese dopo, a San Gabriele gli Arditi colpiscono di nuovo. Questa volta sono di più, tre compagnie, quasi 500 uomini. L’obiettivo è una montagna che l’esercito italiano ha attaccato 11 volte senza successo.

 11 battaglie dell’isonzo, 11 fallimenti, migliaia di morti per conquistare pochi metri di roccia. Gli arditi la prendono in un giorno. L’attacco comincia alle 5 del mattino del 4 settembre. 15 minuti di bombardamento, poi l’assalto. Le compagnie si dividono, attaccano da tre direzioni diverse, impediscono agli austriaci di concentrare le difese.

 Alle 6:30 la bandiera italiana sventola sulla cima di San Gabriele. Un tenente di nome Salvatore Farina l’ha piantata usando un fucile austriaco catturato come asta. Il re Vittorio Emanuele Teto, che sta osservando l’attacco da un’altura vicina, lo vede con il binocolo. I numeri sono impressionanti. 3100 prigionieri, 55 mitragliatrici, 26 pezzi di artiglieria.

In poche ore gli Arditi hanno fatto quello che 11 offensive tradizionali non erano riuscite a fare in 3 anni, ma il prezzo è alto. 128 arditi non tornano da San Gabriele, altri 200 sono feriti. Su 500 uomini quasi la metà è fuori combattimento. È il 25% di perdite che Bassi aveva previsto.

 È il costo di questo tipo di guerra. I sopravvissuti vengono portati nelle retrovie per riposare e ricevere rimpiazzi. Tra un mese saranno di nuovo pronti e il mese dopo ancora e quello dopo, perché questa è la vita dell’ardito. Attaccare, morire, essere sostituito, attaccare ancora. Ma ogni volta che attaccano il terrore che seminano nelle file austriache cresce.

 I prigionieri parlano di uomini in nero che appaiono dal nulla, che uccidono con i coltelli, che non si fermano davanti a niente. Le voci si diffondono. Il nome Arditi comincia a circolare nelle trincee austriache come quello di uno spauracchio. E il peggio per gli austriaci deve ancora arrivare. Fiume Piave, giugno 1918, mezzanotte passata.

 L’acqua è gelida, la corrente è forte, molto più forte di quello che sembrava dalla riva. Ma Remo Ponte Corvo non si ferma, continua a nuotare con movimenti lenti e controllati, tenendo solo le narici fuori dall’acqua, come un caimano. Dietro di lui altri quattro uomini nuotano nella stessa maniera. Nessuno parla.

 L’unico suono è quello dell’acqua del Piave che scorre verso il mare. Sulla riva opposta, a 300 m di distanza, ci sono le linee austriache. Ponte Corvo ha 28 anni, è romano ed è il comandante del nucleo nuotatori della prima divisione d’assalto. I suoi uomini li chiamano i caimani del Piave. Sono 82, selezionati tra 400 volontari.

 Tra 6 mesi 50 di loro saranno morti. Ma stanotte Ponte Corvo non pensa alla morte, pensa alla missione. Gli austriaci hanno sfondato sul Piave. Il comando italiano ha bisogno di sapere dove sono le loro posizioni, quanti sono, come sono armati e qualcuno deve attraversare il fiume per scoprirlo. Ponte Corvo si è offerto volontario. I caimani non sono soldati normali, sono stati addestrati a nuotare per chilometri in acqua gelida.

 Hanno imparato tecniche di combattimento corpo a corpo che vengono dal Giappone, portate in Italia da marinai che avevano servito in estremo oriente a fine 800. Sanno uccidere in silenzio, con le mani nude o con il pugnale e sanno nuotare come nessun altro. La tecnica è semplice, ma richiede mesi di pratica. Si nuota tenendo il corpo completamente sommerso, muovendo solo le gambe con movimenti lenti e regolari.

 La testa resta sott’acqua, si alza solo per respirare, esponendo appena le narici. Da lontano sembra un tronco che galleggia o un caimano che attraversa un fiume tropicale. Da qui il nome. Prima di entrare in acqua, i caimani si sono spogliati quasi completamente. Indossano solo calzoncini corti. Si sono spalmati il corpo con una mistura di grasso e nero fumo.

 Il grasso per proteggersi dal freddo, il nero fumo per mimetizzarsi nel buio. Portano con sé solo un pugnale tenuto tra i denti durante la nuotata. Nient’altro. Niente armi da fuoco, niente granate, niente equipaggiamento, solo il coltello e il proprio corpo. Ponte Corvo tocca la riva opposta dopo 40 minuti di nuoto. Si trascina fuori dall’acqua strisciando senza fare rumore.

 I suoi uomini lo raggiungono uno alla volta. Si guardano, si fanno un cenno, nessuno parla, cominciano a muoversi verso l’interno. Per le prossime 4 ore i cinque caimani strisciano attraverso le linee austriache, contano le postazioni, memorizzano le posizioni delle mitragliatrici, osservano i movimenti delle pattuglie.

 Quando incontrano una sentinella isolata, la eliminano in silenzio. Il pugnale entra, la sentinella cade, i caimani continuano. All’alba Ponte Corvo ha tutte le informazioni che servono al comando, ma adesso deve tornare indietro e il fiume di giorno è sorvegliato. Decide di aspettare la notte successiva. Per 18 ore i cinque uomini restano nascosti in territorio nemico, senza cibo, senza acqua, senza poter dormire.

Quando finalmente cala il buio, ricominciano a nuotare verso la riva italiana, ma la corrente è cambiata, è più forte, li trascina verso valle. Ponte Corvo perde di vista i suoi uomini, continua a nuotare da solo per ore, lottando contro l’acqua gelida che gli entra nelle ossa. Quando finalmente raggiunge la riva italiana è solo, nudo, coperto di fango, con i piedi lacerati dai sassi del fiume e le braccia che non rispondono più ai comandi.

 Ha nuotato per quasi 3 km, ma non si ferma. trova un cavallo, lo prende a un soldato di cavalleria che protesta e galoppa fino al quartier generale del generale Zoppi. Arriva all’alba seminudo sul cavallo rubato con le informazioni che possono salvare migliaia di vite. Un ufficiale che lo vede arrivare scriverà nel suo diario: “Ari nostra sponda, interamente nudo con la rivoltella alla cintola e pugnale in bocca.

 Un giovane Erculeo Bruno è il romano Ponte Corvo. I quattro uomini che erano con lui vengono recuperati nei giorni successivi. Tre sono vivi, uno non tornerà mai. Ma la storia più famosa degli Arditi deve ancora essere scritta e succederà due giorni dopo su una montagna chiamata Col Mosin. 15 giugno 1918, Montegrappa. Gli austriaci hanno lanciato quella che sperano sia l’offensiva finale.

 L’hanno chiamata battaglia del solstizio. L’obiettivo è sfondare le linee italiane sul Piave e sul Grappa, dilagare nella pianura veneta, costringere l’Italia alla resa. Sul grappa l’attacco ha successo. Le posizioni italiane cadono una dopo l’altra. Col Fageron, Colf Fenilon, Col Moshin. Tre cime strategiche che controllavano l’intera valle.

 Se gli austriaci le tengono, possono aggirare tutto il fronte italiano. Il comando ha bisogno di qualcuno che le riprenda. Subito chiamano il maggiore Giovanni Messe. Messe ha 34 anni, viene da Mesagne in Puglia e comanda il reparto d’assalto, 600 arditi, i migliori che l’Italia abbia. li ha addestrati personalmente per mesi, li conosce uno per uno.

 Quando riceve l’ordine sa che molti di loro non torneranno. La sera del 15 giugno gli arditi di messe salgono sul grappa. Devono attaccare di notte senza il supporto dell’artiglieria che di solito li precede. Gli austriaci si aspettano un contrattacco, hanno fortificato le posizioni, hanno piazzato mitragliatrici ovunque.

Non importa. Alle 9 di sera il Noven Reparto attacca Colfageron. Gli arditi avanzano nel buio usando i boschi come copertura. Quando raggiungono le trincee austriache lanciano le granate e saltano dentro con i pugnali in mano. Col Fageron cade in meno di un’ora. Messe non si ferma. Ordina ai suoi uomini di riorganizzarsi e attaccare Col Fenon.

 Stessa tattica, avanzata notturna, granate, assalto alla baionetta. Anche col fenyilon cade, ma resta col Mosin, la posizione più alta, la più fortificata. Gli austriaci sanno che gli italiani stanno arrivando, si sono preparati. Messe guarda i suoi uomini. Sono esausti. Hanno combattuto per tutta la notte, ma sa che deve attaccare adesso, prima dell’alba, prima che gli austriaci possano ricevere rinforzi.

 Ancora uno, poi riposiamo. Alle 7:10 del mattino del 16 giugno gli arditi del novembomo reparto lanciano l’assalto finale. 10 minuti per salire, 10 minuti di combattimento. Alle 7:30 col Moschin e italiano. Col Mosquin. Mattina del 16 giugno 1918. I combattimenti sono appena finiti. Giovanni Messe cammina tra le trincee conquistate.

 Il sole è appena sorto e illumina una scena che potrebbe sembrare un macello. Corpi ovunque, italiani e austriaci mescolati insieme. Il fango è rosso di sangue, ma qualcosa attira la sua attenzione. In un angolo della trincea un gruppo di arditi sta seduto in cerchio. Al centro un soldato austriaco ferito, un ragazzo avrà forse 19 anni, ha una scheggia di granata nella gamba e piange chiamando la madre in tedesco.

 Uno degli arditi gli sta fasciando la ferita con la sua stessa camicia. Messe si avvicina. L’ardito alza lo sguardo senza smettere di lavorare sulla benda. Maggiore, questo qui ha bisogno di un medico. È solo un ragazzino. Il maggiore annuisce. chiama un portaferiti e fa evacuare il prigioniero austriaco insieme ai feriti italiani.

 Stessa priorità, stesso trattamento. Questo è qualcosa che gli storici spesso dimenticano quando parlano degli arditi. Sì, erano macchine da guerra. Sì, uccidevano con efficienza terrificante, ma non erano bestie, avevano un codice e quel codice faceva la differenza tra un assassino e un soldato. Il codice era semplice: “Combatti con tutto quello che hai, ma quando il nemico si arrende la guerra finisce”.

 Un uomo che alza le mani non è più un nemico, è un prigioniero e i prigionieri si trattano con rispetto. Non tutti gli eserciti la pensavano così. Non tutti gli eserciti la pensano così ancora oggi. Quella mattina sul colmoschin, gli arditi di messe catturano 250 prigionieri austriaci. Nessuno viene maltrattato. Ricevono acqua, cibo, cure mediche.

Alcuni ufficiali austriaci, quando capiscono che non saranno fucilati, non riescono a nascondere la sorpresa. Un capitano austriaco, catturato mentre cercava di organizzare una controffensiva, viene portato davanti a messe. Si aspetta di essere interrogato, forse torturato, invece il maggiore italiano gli offre una sigaretta.

Combattete bene”, dice Messe in tedesco. “I vostri uomini hanno resistito fino all’ultimo.” Il capitano austriaco lo guarda senza capire, poi prende la sigaretta. “Anche i vostri! Non avevo mai visto niente del genere”. È un momento strano in mezzo a tutto quel sangue. Due ufficiali nemici che si rispettano, che riconoscono il valore dell’altro.

 La guerra non si ferma per queste cose, ma forse dovrebbe. Questo rispetto reciproco tra combattenti diventerà una caratteristica degli arditi. Non odiavano il nemico, non combattevano per ideologia, non credevano di essere superiori agli austriaci o ai tedeschi, combattevano perché era il loro lavoro e lo facevano meglio di chiunque altro.

 Ma quando il lavoro era finito sapevano essere uomini. C’è un’altra storia che merita di essere raccontata. Succede qualche mese dopo, durante la battaglia di Vittorio Veneto. Un reparto di arditi sta avanzando lungo il Piave quando incontra un gruppo di soldati austriaci in ritirata. Sono una ventina, senza ufficiali, esausti e affamati.

Quando vedono gli uomini in nero che li circondano, alcuni alzano subito le mani, altri cercano di scappare. Uno di loro, un ragazzo che non avrà più di 17 anni, cade in ginocchio e comincia a pregare ad alta voce, non in tedesco, ma in italiano. È un trentino, uno di quei soldati dell’impero austro-ungarico che venivano dalle terre italiane occupate dall’Austria.

Un ardito si avvicina a lui. Il ragazzo chiude gli occhi, aspettando il colpo, ma l’ardito si china e gli mette una mano sulla spalla. Alzati, la guerra per te è finita. Torna a casa. Il ragazzo apre gli occhi, non capisce. Sei italiano”, spiega l’ardito. “Non combatti più per loro. Vai a est, troverai le nostre linee.

” Di che ti manda il nove al mio reparto. È una violazione del regolamento militare. I prigionieri devono essere consegnati ai comandi, non rilasciati. Ma l’ardito non ci pensa nemmeno. Quel ragazzo è italiano, anche se indossa una divisa austriaca. E gli italiani non uccidono gli italiani. Il ragazzo trentino verrà ritrovato due giorni dopo nelle retrovie italiane.

 Racconterà la sua storia agli ufficiali che lo interrogano. Qualcuno metterà tutto a verbale e quella storia finirà negli archivi, dimenticata per decenni, fino a quando uno storico non la riscoprirà. Ma ci sono anche storie più dure. Sul Monte Grappa, nei giorni dopo la conquista del Colmosin, gli arditi devono respingere diversi contrattacchi austriaci.

 In uno di questi un reparto austriaco riesce a penetrare nelle linee italiane e cattura una dozzina di arditi feriti che non erano ancora stati evacuati. Quando gli italiani riconquistano la posizione trovano i corpi dei loro compagni. Sono stati uccisi tutti. Alcuni mostrano segni di torture. La notizia si diffonde tra i reparti d’assalto.

 Qualcuno chiede vendetta, qualcuno propone di non fare più prigionieri. Messe riunisce i suoi uomini e parla chiaro. Lo so cosa volete fare, lo capisco, ma non lo faremo perché nel momento in cui cominciamo ad ammazzare i prigionieri, diventiamo come loro e noi non siamo come loro. Non è facile accettarlo. Alcuni arditi protestano, ma alla fine l’ordine di messe viene rispettato.

 I prigionieri austriaci continuano ad essere trattati secondo le regole. Anni dopo, quando la guerra sarà finita e i sopravvissuti cominceranno a scrivere le loro memorie. Molti di loro citeranno questo episodio come il momento in cui capirono davvero cosa significava essere un ardito. Non era solo saper uccidere, era sapere quando non farlo, era avere la forza di restare umani anche quando tutto intorno a te ti spinge verso la bestialità.

 Il motto degli arditi era o la vittoria o tutti accoppati. Vinciamo o moriamo? Ma c’era un altro motto meno famoso che girava nei reparti d’assalto. Siamo arditi, non assassini. Quella differenza, quella linea sottile tra il guerriero e il macellaio è quello che ha reso gli arditi qualcosa di più di un semplice reparto militare.

È quello che ha fatto sì che 100’anni dopo il loro nome venga ancora pronunciato con rispetto non solo dai loro discendenti, ma anche dai discendenti dei loro nemici. Vienna, novembre 1918. Il generale Erich Ludendorf sta scrivendo le sue memorie. È un uomo distrutto. La Germania ha perso la guerra.

 L’impero austro-ungarico è crollato e Ludendorf sta cercando di capire cosa sia andato storto. Scrive per ore, notte dopo notte e quando arriva a parlare del fronte italiano si ferma, rilegge quello che ha scritto, poi aggiunge una frase che passerà alla storia. A Vittorio Veneto l’Austria non ha perso una battaglia. ha perso la guerra e se stessa, trascinando la Germania nella sua caduta.

Ludendorfimenti ai nemici, è un prussiano della vecchia scuola, convinto della superiorità militare tedesca, ma quello che è successo in Italia nell’ottobre del 1918 lo ha costretto a rivedere le sue certezze. Senza quella battaglia distruttiva continua, avremmo potuto, in unione militare con la monarchia austro-ungarica, continuare la resistenza disperata per tutto l’inverno per ottenere una pace meno dura.

 In altre parole, l’Italia ha deciso la guerra. Non la Francia, non l’Inghilterra, non l’America, l’Italia, quel paese che tutti consideravano l’anello debole dell’alleanza. quel paese i cui soldati erano stati definiti vigliacchi dopo Caporetto. Quel paese che, secondo i generali austriaci non avrebbe mai potuto lanciare un’offensiva seria e invece l’hanno fatto e hanno vinto.

 Ma come? La risposta sta nei rapporti che i comandanti austriaci mandavano ai loro superiori nei mesi precedenti Vittorio Veneto. Rapporti che oggi sono conservati negli archivi di Vienna e che raccontano una storia molto diversa da quella che la propaganda austriaca raccontava al pubblico. Un rapporto datato settembre 1918, firmato da un colonnello della ventifieseta divisione austro-ungarica, descrive un attacco subito sul Monte Grappa.

 Le truppe d’assalto italiane hanno penetrato le nostre linee alle 04:30 sotto copertura dell’artiglieria. I nostri uomini non hanno avuto il tempo di reagire. Quando il bombardamento è cessato, gli italiani erano già nelle trincee. Hanno usato granate e armi bianche con efficienza devastante. La prima linea è stata eliminata in meno di 20 minuti.

 Il colonnello aggiunge una nota personale alla fine del rapporto. I prigionieri che abbiamo interrogato nei mesi scorsi parlano di questi reparti con terrore. Li chiamano arditi. I nostri soldati hanno cominciato a chiamarli le fiamme nere per via delle mostrine che portano. Il morale delle truppe è seriamente compromesso dalla loro presenza sul fronte.

Non è un caso isolato. Decine di rapporti simili arrivano al comando austriaco tra l’estate e l’autunno del 1918. Tutti raccontano la stessa storia. Attacchi improvvisi, violenza estrema, impossibilità di organizzare una difesa efficace. Ma il documento più interessante è un interrogatorio. Agosto 1918. Un ardito viene catturato durante una pattuglia andata male.

 Gli austriaci lo interrogano per ore, cercando di capire come funzionano questi reparti, quali sono le loro tattiche, come vengono addestrati. L’ardito non parla molto, ma quello che dice viene trascritto e mandato al comando supremo austriaco. Non abbiamo paura di morire, vinciamo o moriamo tutti, non c’è altra possibilità.

 L’ufficiale austriaco che conduce l’interrogatorio aggiunge una nota. Il prigioniero sembra genuinamente convinto di quello che dice. Non si tratta di fanatismo o di propaganda, è una forma di disciplina mentale che non ho mai incontrato prima. Questi uomini credono davvero che la morte in battaglia sia preferibile alla sconfitta. Quando l’offensiva di Vittorio Veneto comincia il 24 ottobre 1918, gli austriaci sanno cosa li aspetta, ma non possono farci niente.

 Gli Arditi guidano l’attacco. Due divisioni d’assalto, 12.000 uomini in nero, sfondano le linee austriache sul Piave. Dietro di loro 57 divisioni italiane si riversano nella breccia. In 10 giorni tutto crolla. L’esercito austro-ungarico si disintegra. Non è solo una sconfitta militare, è la fine di un impero. 350.000 soldati vengono catturati, 5.

000 pezzi di artiglieria cadono in mano italiana. Intere divisioni si arrendono senza combattere perché non ha più senso combattere. Il 3 novembre 1918 l’Austria firma l’armistizio. Una settimana dopo la Germania fa lo stesso. La guerra è finita. Ma per gli arditi il riconoscimento più importante non viene dai generali o dai politici, viene dai loro nemici.

 Nei campi di prigionia dove vengono raccolti i soldati austriaci catturati, gli ufficiali italiani conducono centinaia di interrogatori. Vogliono capire cosa ha funzionato e cosa no per imparare lezioni utili per il futuro. Un tema ricorre in quasi tutti gli interrogatori. Paura degli arditi. Un sergente austriaco della sexia divisione racconta la sua esperienza.

Li abbiamo visti arrivare all’alba. Pensavamo fosse un attacco normale con la fanteria che avanza in linea. Invece erano piccoli gruppi, si muovevano veloci, usavano il terreno. Quando sono arrivati alle nostre trincee, non abbiamo capito cosa stava succedendo. Urlavano, lanciavano bombe, poi saltavano dentro con i coltelli.

Non avevo mai visto niente del genere. Un altro prigioniero, un caporale ungherese, aggiunge un dettaglio. I nostri ufficiali ci avevano detto che gli italiani erano codardi che scappavano al primo colpo, ma questi non scappavano, continuavano ad avanzare anche quando gli sparavamo addosso. Ho visto uno di loro prendere una pallottola nel braccio e continuare a correre come se niente fosse.

 Sembravano non sentire il dolore. Non erano super uomini, ovviamente sentivano il dolore come tutti, ma erano addestrati a ignorarlo, almeno per il tempo necessario a completare la missione. Dopo, quando l’adrenalina calava, anche loro crollavano, ma in quei 20 minuti di combattimento erano inarrestabili. I numeri parlano chiaro.

 Durante la guerra gli arditi catturano oltre 36.000 prigionieri conquistano centinaia di posizioni che l’esercito regolare non era riuscito a prendere. Perdono circa 3000 uomini, il 15% dei loro effettivi, un tasso di mortalità altissimo per qualsiasi reparto militare, ma incredibilmente basso se si considera il tipo di missioni che svolgevano.

 Il 4 novembre 1918, quando il generale Armando Diaz annuncia la vittoria, menziona specificamente i reparti d’assalto. L’esercito austro-ungarico è annientato. resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Quello che Diaz non dice, ma che tutti sanno, è che quella vittoria porta la firma degli arditi.

 Sono stati loro a spezzare il fronte, loro a terrorizzare il nemico, loro a dimostrare che gli italiani sapevano combattere e come Roma. Gennaio 1920. Gli arditi vengono sciolti. La guerra è finita da 14 mesi. L’Italia ha vinto, ma la pace ha portato caos. Scioperi, disordini, violenze politiche. Il governo ha paura di questi uomini addestrati a uccidere.

 Non sa cosa farne e così decide di mandarli a casa. 18.000 uomini ricevono il foglio di congedo. Devono riconsegnare il pugnale, la divisa, il fez nero. Devono tornare alla vita civile, trovare un lavoro, dimenticare quello che hanno fatto e quello che hanno visto. Molti non ci riescono. Come fai a dimenticare? Come fai a tornare a fare il contadino, l’operaio, l’impiegato dopo che hai combattuto a Colmosin, dopo che hai nuotato nel Piave con il coltello tra i denti? Dopo che hai visto morire i tuoi compagni e hai continuato a combattere

lo stesso, alcuni si perdono, finiscono nella politica dalla parte sbagliata della storia. Il fascismo userà i simboli degli arditi, la camicia nera, il fez, il pugnale. Ma quella è un’altra storia, una storia triste che non c’entra con quello che gli arditi erano davvero, perché la vera eredità degli arditi non sta nella politica, sta nell’arte della guerra.

Quello che Bassi, Messe e gli altri avevano creato era qualcosa di completamente nuovo, un modo di combattere che non esisteva prima. piccole unità, addestramento specializzato, tattiche di infiltrazione, combattimento ravvicinato. Oggi lo chiamiamo guerra non convenzionale. Nel 1917 non aveva nemmeno un nome e il mondo stava guardando.

 Dopo la guerra, gli eserciti di mezza Europa mandano ufficiali in Italia per studiare i metodi degli arditi, inglesi, francesi, americani. Vogliono capire come funzionava, come si addestravano, come avevano fatto a ottenere quei risultati. Gli inglesi sono particolarmente interessati. Nel 1940, quando devono creare i loro commandere i tedeschi, si ispirano esplicitamente agli arditi italiani.

 Le tattiche sono le stesse. Piccoli gruppi, attacchi a sorpresa, combattimento corpo a corpo. Anche il pugnale da combattimento che disegnano il famoso Fairburn Pyes, assomiglia molto al pugnale degli arditi, ma l’eredità più diretta resta in Italia. Nel 1942, in piena seconda guerra mondiale, l’esercito italiano ricrea i reparti d’assalto, li chiama X reggimento arditi.

 Operano in Nord Africa, in Tunisia, in Algeria. fanno quello che gli arditi della Grande Guerra facevano. Incursioni dietro le linee nemiche, sabotaggi, ricognizioni. Dopo l’armistizio del 1943 il reggimento si scioglie, ma alcuni uomini continuano a combattere. Ilpimimo, battaglione Arditi, che si trovava in Sardegna, si unisce all’esercito italiano che combatte al fianco degli alleati.

 diventano il noveno reparto d’assalto, lo stesso nome dell’unità di messe. Combattono risalendo la penisola, liberando città dopo città. Quando la guerra finisce vengono sciolti di nuovo, ma questa volta qualcuno decide che l’Italia non può permettersi di perdere quelle competenze. Nel 1953 in una caserma vicino a Roma, viene creata una piccola unità sperimentale.

Si chiama Compagnia Sabotatori Paracadutisti. Sono pochi uomini addestrati ai lanci con il paracadute e alle operazioni speciali. Nessuno ne parla. Nessuno sa che esistono. L’anno dopo l’unità viene trasferita a Livorno e cambia nome. Diventa reparto sabotatori paracadutisti. Continua a crescere, ad addestrarsi, a perfezionare le sue tecniche.

 Nel 1975 succede qualcosa di importante. L’unità riceve la bandiera di guerra del decino onoreggimento Arditi. È un gesto simbolico, ma ha un significato profondo. Significa che lo Stato italiano riconosce una continuità. Quei paracadutisti di Livorno sono gli eredi degli arditi della Grande Guerra. portano avanti la stessa tradizione.

 Da quel momento il reparto si chiama Nove Gegli in battaglione d’assalto paracadutisti Col Moskin. Col Moskin, il nome della montagna che Giovanni Messe e i suoi uomini conquistarono all’alba del 16 giugno 1918. Il nome è stato scelto apposta, per non dimenticare. Oggi il Colmosin è un reggimento di forze speciali.

 300 uomini, i migliori dell’esercito italiano. Sono gli unici in Italia autorizzati a condurre operazioni di liberazione ostagi. Sono gli unici che si lanciano da 11.000 di quota con le bombole di ossigeno. Sono gli unici che hanno partecipato a tutte le missioni militari italiane all’estero dal dopoguerra a oggi, in Libano negli anni 80, in Somalia negli anni 90, in Afghanistan e Iraq negli anni 2000, ovunque ci sia bisogno di uomini che sanno fare cose che nessun altro sa fare.

 L’addestramento dura 2 anni. Su 100 candidati che si presentano ne passano forse 10. È brutale fisicamente e mentalmente, ma chi arriva alla fine riceve qualcosa che non ha prezzo, il diritto di chiamarsi Ardito, perché il nome è sopravvissuto. Ancora oggi gli operatori del Colmoskin e quelli del Comsubin, i sommozzatori della Marina, vengono chiamati arditi incursori.

 È un titolo che si guadagna, non si eredita. Nel 2019 il reggimento ha fatto un altro gesto simbolico. Ha cambiato il colore del basco. Per decenni i paracadutisti del colmoskin avevano portato il basco amaranto, come tutti i paracadutisti italiani. Ma nel 2019 hanno adottato il basco grigio verde, lo stesso colore del maglione che gli arditi originali portavano sotto la giubba.

È un modo per dire non abbiamo dimenticato. Siamo ancora qui, siamo ancora loro e non sono solo i soldati a ricordare. Alla Spezia, nel museo tecnico navale, c’è una sala dedicata agli arditi della Marina. Ci sono i pugnali originali, le uniformi, le fotografie. C’è la storia dei caimani del Piave, quei pazzi che nuotavano nel fiume Gelido con il coltello tra i denti.

 Il simbolo del Komsubin, le forze speciali della Marina Militare, è ancora oggi un caimano con un pugnale in bocca. Centanni dopo il ricordo di Ponte Corvo e dei suoi uomini è ancora vivo. A Sernaglia della Battaglia sul Piave c’è un monumento agli arditi. Ogni anno, il 4 novembre veterani e cittadini si riuniscono per ricordare e in una vetrina della caserma del Colmoschin a Livorno c’è un pugnale.

È quello di un ardito della Grande Guerra donato al reggimento dalla famiglia. La lama è ancora affilata, il manico è consumato dall’uso. I giovani incursori che passano davanti a quella vetrina sanno cosa significa. Sanno che portano sulle spalle il peso di una tradizione che ha più di 100 anni. Sanno che devono esserne degni.

Quella è l’eredità degli arditi. Non medaglie in un museo, non pagine in un libro di storia, ma uomini vivi oggi che continuano a fare quello che Bassi e Messe insegnarono ai primi volontari in quel campo di addestramento a Sdric Manzano. Combattere con coraggio, vincere con onore, ricordare chi è venuto prima.

Questa è la loro storia. Questa è l’Italia.

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