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Caporetto; Cadorna contro Capello. Gli errori dei nostri comandanti. Episodio 4. hyn

 Il 19 settembre, infatti, riunisce i suoi comandanti con in testa  Badoglio e Cavaciocchi sul Monte Slopec per illustrare loro come intende agire. in  particolare spiega che per i contrattacchi che ha in mente ha bisogno che l’artiglieria rimanga dove si trova e cioè proiettata in avanti per poterli adeguatamente appoggiare.

 Siccome è probabile che gli austro-ungarici vogliano proprio riconquistare l’altopiano della Bains Sizza, è lassù che concentrerà le sue forze e da lassù colpirà gli avversari da dovunque provenga il loro attacco. Molti storici in passato hanno ritenuto che dietro l’atteggiamento del generale Capello si celasse in realtà una sorta di dissidio con Cadorna, i cui ordini il comandante della seconda armata non esegue.

 Come vedremo, però si tratta soprattutto di un problema di comunicazione. Infatti, prima che le idee di capello si trasformino in un vero e proprio ordine di operazioni, il numero 5757,  devono passare tre settimane. Si arriva così all’8 di ottobre, quando all’offensiva di Caporetto mancano solo 15 giorni.

 In quell’ordine Capello,  che ha sposato in pieno la visione di Cadorna, scrive che da tempo circolano voci le quali, aperte  virgolette farebbero credere che il nemico abbia intenzione di fare una prossima offensiva di qualche entità, ma non vi è nessun serio argomento per  ritenere certa tale intenzione nemica.

 Chiuse virgolette, se non c’è alcun pericolo in vista, perché preoccuparsi? Perché affrettarsi a spostare le truppe all’indietro? Prima abbiamo accennato ad un problema di comunicazione. Cadorna è lontano e non sa cosa Capello stia davvero facendo. Certo, riceve un verbale della riunione che si è tenuta il 19 settembre sullo slopec e il 9 ottobre una copia dell’ordine 5757, ma in nessuno di questi due documenti Capello accenna al fatto di avere lasciato tutto com’era al momento della partenza di Cadorna e di non avere nemmeno iniziato il passaggio alla

difesa ad oltranza. Il nostro comandante  supremo dunque immagina forse che i suoi ordini siano almeno in fase di  esecuzione e considera che l’idea del contrattacco elaborata da Capello non sia del tutto sbagliata. Cadorna, insomma, che non ha un suo piano difensivo, accetta sostanzialmente quello proposto da Capello, perché non sa cosa sta davvero accadendo sul fronte della seconda armata.

 Il 10 ottobre Cadorna scrive a Capello per approvare il suo disegno di manovra basato sul contrattacco. Non può nemmeno lontanamente immaginare quale tipo di trama  il destino stia scrivendo per la tragica rappresentazione di Caporetto. Sì, perché il generale Capello, che da tempo è affetto da nefrite, viene colpito da un  violento riacutizzarsi della malattia, un infezione renale che blocca la diursi, fa salire la febbre, provoca disorientamento  temporale spaziale, dolori, perdita di ricordi e stimoli  ripetuti ad

urinare durante la notte che avvelenano la qualità del sonno. Dal 4 al 18 ottobre il povero Capello rimane quasi sempre inchiodato a letto ed è impossibilitato  a svolgere il suo lavoro. Dunque, non solo non ha dato il via al passaggio alla difesa ad oltranza, ma non ha nemmeno organizzato l’azione difensiva basata sul contrattacco che progettava di attuare fino al 18 ottobre.

 Insomma,  6 giorni prima del grande attacco, sul fronte della seconda armata regna la stasi più totale. Nel frattempo, al comando supremo di Udine è in corso una vera e propria smobilitazione degli animi. Visto che nulla di serio deve accadere, che nessuna minaccia si profila all’orizzonte, si dà il via ad un massiccio programma di licenze.

 Il 20 ottobre,  quando all’attacco su Caporetto mancano solo 3 giorni, 120.000 uomini sono già tornati alle  loro case. Il clima a Udine è così rilassato che il corrispondente di guerra Rino Alessi chiede al suo direttore di  essere destinato altrove. spiega che il generale Capello gli ha detto di temere al massimo qualche colpo sulla Baizza e poi  conclude: “Ritengo che si debbano escludere offensive austriache  in grande stile.

 Tuttal più avremo dei colpi parziali qua e là fino a primavera. Restar qui senza far niente o facendo cose di scarso interesse sarà per me una pena. Io penso che ella potrebbe durante l’inverno mandarmi da qualche parte.” Nel frattempo il 10 ottobre il Febricitante Capello convoca Badoglio e Cavacio a Cormons per illustrare loro più nel dettaglio la sua idea di piano difensivo  basato sul contrattacco.

 Si vede che non sta bene e ciò che dice non convince i suoi collaboratori. Espone molte idee poco concrete. A causa della malattia che lo affligge, gli è stato affiancato come comandante interinale della seconda armata il generale Luca Montuori. Inizia così un  periodo di gran confusione durante il quale non si sa bene chi dei due comandi davvero.

 A volte gli ordini li firma Capello, altre volte sono siglati da Montuori. Capello vorrebbe un colloquio con Cadorna, ma non si riesce ad organizzarlo fino al 19 ottobre, quando il generalissimo rientra da Vicenza e alla battaglia mancano solamente 4 giorni. Nel frattempo la commedia degli equivoci è continuata con Cadorna che ancora il 15 invia  a Capello una lettera nella quale sembra appoggiare il suo piano controffoffensivo,  piano che poi boccerà senza appello il 19, nel momento in cui capirà finalmente di cosa

si tratta davvero. Il piano di capello,  che già non ha convinto i suoi collaboratori, prevede una potente controffoffensiva che deve scattare dalla Bizza, ma pur non entrando nei particolari  è semplicemente irrealizzabile. Il confronto tra Cadorna e Capello avviene infine il 19 ottobre.

 Capello ha la febbre ed è malfermo sulle gambe. Tra i due c’è comunque grande cordialità. Il comandante della seconda armata espone le sue idee e chiede di poter avere altre forze rispetto ai 700.000 uomini di cui  già dispone. Cadorna lo ascolta e alla fine con tutta la cortesia del caso gli impone di rinunciare.

 Dovrà limitarsi ad una classica manovra difensiva. Voce gli anticipa le ragioni che lo inducono a bocciare il suo piano, ma a scanso di equivoci il giorno dopo le mette per iscritto in una lettera nella quale dice: “Il disegno di vostra eccellenza  di contrapporre all’attacco nemico una controffensiva di grandissimo stile è reso inattuabile dalla presente situazione della forza presso le unità di fanteria e dalla gravissima penuria di complementi.

”  Il progetto della grande controffensiva di armata a obiettivi lontani  deve essere abbandonato. Insomma, spiega Cadorna al generale Capello, è proprio la mancanza di uomini e di mezzi ad averlo obbligato a rinunciare ai suoi propositi offensivi senza uomini e senza mezzi.

 Capello non può certo illudersi di sviluppare un contrattacco che ha le dimensioni di una vera e propria offensiva. La lettera di Cadorna è importante non tanto per il rifiuto che egli oppone ai disegni di Capello, quanto piuttosto per il fatto che contiene il famoso passaggio nel quale il generale fa riferimento al Venturo anno e cioè al 1918 come a quello nel quale potrà verificarsi contro di noi un grande attacco degli imperi centrali.

 Alla data del 20 ottobre  1917 il capo di stato maggiore del Regio Esercito non ha ancora capito  nulla di quanto sta per accadere, è vittima di una completa sorpresa strategica.  La vera grande offensiva arriverà, secondo lui, solo nel corso del 1918 e avrà dimensioni ben maggiori della modesta operazione che si va delineando in quei giorni nella valle dell’Isonzo.

Soltanto allora, nella prossima primavera, quando dovrà fronteggiare la madre di  tutte le battaglie, il nostro capo di Stato Maggiore assumerà i provvedimenti che adesso giudica inutili. Non si limiterà cioè ad una misura di ordinaria amministrazione come il passaggio alla difesa ad oltranza, ma elaborerà un vero piano difensivo che al momento non esiste.

 Metterà insieme una vera riserva strategica collocata in un punto chiave del fronte e composta da truppe all’altezza del compito e non da una indistinta massa di reparti a riposo. Il 20 ottobre, con ogni probabilità, dopo avere esaminato la lettera con cui Cadorna boccia il suo visionario progetto di contrattacco, il generale Capello si fa ricoverare in ospedale  a Padova.

 La seconda armata viene affidata al generale Luca Montuori. Cadorna lo saluta augurandogli  una pronta guarigione e Capello gli garantisce che riprenderà subito servizio in caso di minaccia nemica. Questi sono i fatti accaduti sul fronte di Caporetto nei giorni  che hanno preceduto la battaglia.

 A questo punto però una domanda sorge spontanea. Se Capello avesse ubbidito agli ordini di Cadorna passando subito alla difesa adoltranza, questa misura sarebbe stata sufficiente ad evitarci la sconfitta? Rispondere ad un simile interrogativo non è impresa da poco. Tuttavia due elementi vanno tenuti in considerazione.

Il primo è rappresentato dal fatto che non esiste un vero e proprio piano difensivo elaborato dal generale Cadorna. Il secondo è che siamo priver sufficienti a manovrare in caso di attacco avversario. Quindi, considerata anche la dimensione della sorpresa strategica nella quale cademmo, è improbabile che il semplice passaggio di uno schieramento difensivo sarebbe stato sufficiente a salvarci da ciò che accadde a Caporetto.

 Esaminato il comportamento  dei due principali protagonisti del dramma di Caporetto, Cadorna e Capello. Dobbiamo  ora capire quale fu quello dei due generali che con le loro truppe occupavano la valle. Stiamo parlando ovviamente di Alberto Cavaciocchi che comanda il quarto corpo della seconda  armata e di Pietro Badoglio ai cui ordini si trova invece il 27º.

 Cavacio è un piemontese di 55 anni che viene considerato uno dei maggiori  storici militari della sua epoca, autore di numerose pubblicazioni. Ma non si tratta solo di un intellettuale. Cavaciocchi ha dato buona prova di  sé anche sul campo di battaglia. Purtroppo però, da quando è arrivato al comando del quarto corpo, qualcosa in lui è cambiato.

 È come se si fosse lasciato andare, complice forse l’atmosfera che lo circonda. Il quarto corpo si trova ancora nelle posizioni che occupava all’inizio del conflitto e non ha partecipato a nessuna delle grandi azioni organizzate dopo il 1915. Là dove è schierato non succede  mai nulla. A quel settore è stato appioppato il nomignolo di fronte della salute, una sorta di luogo di vacanza dove tutti ambiscono  ad essere trasferiti.

 Come scrive Ettore Gaetani sulle pagine dell’Avanti, ci sono località come Caporetto dove è perennemente proibito entrare  e soffermarsi, non per misura di sicurezza o d’altro, ma per lasciare indisturbata l’ufficialità con la domiciliata. Un militare di  truppa o un ufficiale inferiore per passare per servizio da Caporetto doveva avere uno speciale permesso dei comandi divisionali e non poteva soffermarsi all’interno che per pochi minuti sotto minaccia di punizioni.

 Cavacio conduce una vita tranquilla e agiata a Creda dove è ubicato il suo comando. In trincea  nessuno lo ha mai visto e non conosce le linee che gli sono state affidate. Ovviamente la sua fiducia nel pensiero di Cadorna riguardo alle prossime intenzioni dell’avversario è totale.  Ogni ipotesi di attacco di ampia portata deve essere esclusa.

 Ma se Cavacio sostanzialmente  si disinteressa del corpo d’armata che gli è stato affidato, chi è che lo comanda davvero? Il ruolo di comandante ombra se lo è ritagliato il colonnello Giorgio Boccacci, un personaggio davvero singolare. Nell’esercito non è conosciuto per le sue virtù militari, ma piuttosto per la fama di Tom Bird de Fam che lo accompagna ovunque.

 Gli storici ce lo descrivono come un uomo alto, bello, con lunghi capelli biondi ossigenati portati alla maniera del generale Caster. è un fervente adepto di quel culto che si chiama burocrazia. Inonda i comandi alle sue dipendenze con un profluvio di circolari che disciplinano fin nei minimi aspetti la vita degli uomini.

La disfatta di Caporetto come rivoluzione mancata

 La più famosa di queste sue famigerate circolari è quella che riguarda il taglio dei capelli. Ovunque nel territorio del quarto corpo  spuntano cartelli con la scritta Alt per tutti. Controllo, taglio capelli. Il posto è presidiato da due carabinieri e da un barbiere che rende le teste  di tutti i malcapitati lisce come palle da biliardo.

 Tutte tranne quella del colonnello Boccaci che i soldati hanno soprannominato Attila per la sua disumanità,  anche se lui preferisce farsi chiamare Kirgis utilizzando un nome da guerriero Tartaro per incutere più timore.  Boccaci è la rappresentazione fisica di un immutabile difetto italiano.

 quello del privilegio collegato al ruolo in omaggio al quale all’interno del quarto corpo d’armata è l’unico a poter portare i capelli lunghi. Boccaci è anche il solo a poter disporre di un’auto provvista di sirena che ne preannuncia l’arrivo. Creda conduce una vita beata nell’elegante alloggio che si è fatto approntare a  spese del quarto corpo, una palazzina arredata con mobilio e pezzi d’anti antiquariato che spesso utilizza anche come ambientazione  per improvvisati set fotografici, nel corso dei quali

realizza immagini erotiche ritraendo  le popolane locali che poi compensa per le loro prestazioni omaggiandole con generi alimentari. Ha numerose amanti il colonnello Boccacci, ma la sua favorita è la metress del bordello di Caporetto che tutti conoscono come la bolognese. La donna esercita anche l’attività di mercantessa di generi alimentari all’interno dell’unica rivendita che il quarto corpo d’armata autorizza ad operare nel suo settore del fronte.

Quella rivendita è anche la sola dove i soldati possono comprare da mangiare a prezzi naturalmente maggiorati perché un’altra circolare del colonnello Boccacci impedisce a chiunque di recarsi a Cividale per acquistare viveri. Nelle sue attività di fotografo Boccacci ha coinvolto anche delle minorenni e ben  sei uomini del laboratorio fotografico del quarto corpo d’armata sono costantemente  distratti dalle attività di servizio per sviluppare le immagini del colonnello.

Anche lui, come Cadorna e Cavacio è convinto che l’imminente attacco austro-ungarico verrà bloccato con facilità. Quando all’inizio dell’operazione Manca ormai poco, rivolge queste parole a un gruppo  di giovani ufficiali. Il nemico ha preannunciato l’attacco da qualche giorno, ma inevitabilmente ogni giorno lo rimanda.

 Me dispiace perché vorrei che provasse a rompersi il muso. Abbiamo delle posizioni  imprendibili e il nemico ha un programma assurdo. Perché il colonnello Boccacci giudica assurdo il piano d’attacco del nemico che in realtà dovrebbe essere segreto? La risposta a questa domanda, per quanto ciò possa apparire paradossale, in realtà è piuttosto semplice.

 Boccaci e i suoi colleghi quel piano lo conoscono benissimo. Il fatto è  che a pochi giorni dalla battaglia il flusso dei disertori che si presentano alle nostre linee è così intenso da preoccupare gli stessi comandi  tedeschi e austro-ungarici. Questi disertori ci consegnano una massa di informazioni tale da rivelarci quasi in ogni dettaglio la meccanica dell’imminente attacco.

 Il 21 ottobre, ad esempio,  sul Merzley, dove le nostre improvvisate trincee corrono a pochi metri da quelle avversarie, si consegna un tenente rumeno, si chiama Michael Maxim.  Ci rivela in ogni dettaglio il piano avversario relativo al suo settore del fronte. Carte, schizzi,  disegni, ordini, tabelle orarie riportanti le diverse fasi del bombardamento, compreso quello a gas che sterminerà i nostri  uomini.

 Ora di inizio dell’attacco delle fanterie, disposizione dei reparti, persino i nomi dei comandanti.  Eppure tutto ciò non è sufficiente a scuoterci dal nostro torpore. Il piano avversario,  che prevede di entrare a Caporetto il primo giorno e a Cividale il terzo, sembra pazzesco e suscita ilità fra i  nostri comandanti quando viene rivelato.

Dunque, di fronte alle informazioni fornite dai disertori che descrivono nel dettaglio la meccanica e gli obiettivi del prossimo attacco avversario, ci si mette a ridere per quanto inverosimili appaiono agli occhi dei nostri comandanti. Ecco il perché delle affermazioni del colonnello Boccacci che definisce addirittura assurdo il programma dell’avversario.

 In questo episodio abbiamo visto qual è stato il comportamento dei principali protagonisti in campo italiano del dramma di Caporetto nelle settimane che hanno preceduto la battaglia. Nessuno di loro, a cominciare da Cadorna, crede alla possibilità di un grande attacco da parte austrotedesca. Tutti immaginano che i nostri avversari abbiano forze sufficienti a tentare solo una piccola operazione di portata tattica volta al massimo a tentare la riconquista dell’altipiano della Binsizza.

 Non vedono o peggio non vogliono vedere la tempesta che si sta addensando sulle loro teste e che li spazzerà via tutti. Se questo episodio vi è piaciuto, vi invito, come sempre a rimanere qui con noi al Museo della Battaglia di Vittorio Veneto. Nella prossima puntata cercheremo di capire come funziona il piano di attacco austrotedesco.

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