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L’Austria Mandò 400,000 Uomini a Punire l’Italia — Seimila Granatieri Li Fermarono su una Montagna. hyn

6000 uomini salgono su una montagna. 12 giorni dopo 1300 scendono. Gli altri sono morti, feriti o prigionieri. Alcuni hanno scelto di buttarsi dalla scogliera piuttosto che arrendersi, non da soli, afferrando i soldati nemici e portandoli con loro nel vuoto. Il nemico che li ha combattuti, lo stesso nemico che era venuto a punire l’Italia per il suo tradimento, scriverà nei propri rapporti militari interni documenti riservati destinati ai comandi e non alla propaganda. Le migliori truppe italiane.

Questa è la storia del Monte Cengio e questa è la storia dei granatieri di Sardegna. 15 maggio 1916. 2000 cannoni austro-ungarici aprono il fuoco contemporaneamente sulle linee italiane degli altipiani vicentini. La chiamano Straf Expedition, [musica] spedizione punitiva. Non è un nome in codice, è una dichiarazione di intenti.

L’Austria-Ungheria non sta lanciando un’offensiva, sta eseguendo una condanna. L’Italia ha tradito la triplice alleanza, ha firmato il patto di Londra in segreto, ha dichiarato guerra ai suoi ex alleati e il generale Franz Conrad von Hutendorf, capo di stato maggiore dell’esercito imperiale, ha giurato che il traditore pagherà.

Ha pianificato questa vendetta per oltre un anno. I numeri parlano da soli. 400.000 uomini, 18 divisioni fresche fra 1500 e 2000 pezzi d’artiglieria pesante. L’undª armata del conte Victor Duncle guida l’attacco principale. La terza di Herman Curves segue a ruota. È la più grande concentrazione di forze che l’Austria-Ungheria abbia mai schierato contro l’Italia.

Il risultato è devastante. Le prime linee italiane si dissolvono. La prima armata arretra in disordine. Il 25 maggio gli austriaci prendono Arsiero. Il 28 occupano Asiago, il capoluogo dell’altopiano. Il 29 cade Forte Punta Corbin. In due settimane Conrad ha sfondato tutto quello che l’Italia aveva costruito in un anno di trinceramento.

Per Conrad la conferma è totale. I soldati italiani non reggono un urto serio. La spedizione punitiva funziona esattamente come previsto. I traditori vengono castigati, ma Conrad non guarda una mappa, guarda un orologio. Se le truppe austro-ungariche sfondano l’ultimo tratto dell’altopiano, scendono nella pianura veneta. Se scendono nella pianura, Venezia è minacciata.

Se Venezia è raggiungibile, le armate italiane schierate sull’isonzo si ritrovano accerchiate alle spalle. L’Italia rischia di uscire dalla guerra in pochi giorni. Cadorna ordina il trasferimento urgente di divisioni dal Lisonzo, ma servono giorni, camion, treni, strade intasate di profughi e sbandati. Il tempo necessario per riorganizzare la difesa è esattamente il tempo che l’Italia non ha.

Fra l’avanzata austriaca e la catastrofe resta un solo ostacolo, una montagna sull’orlo meridionale dell’altopiano di Asiago, 1354 m d’altitudine, pareti a strapiombo sulla Val d’Astico, Montecengio, l’ultimo muro prima della pianura. Ma quello che Conrad non sa, quello che nessuno al quartier generale austriaco può immaginare, è che il 22 maggio, una settimana prima, un treno si è fermato alla stazione di Bassano del Grappa.

Ne sono scesi 6000 uomini. La Brigata Granatieri di Sardegna, il reggimento più antico d’Italia, fondato il 18 aprile 1659. 257 anni di servizio ininterrotto. Non conoscritti freschi, non riservisti, veterani. Hanno già combattuto a Monfalcone, dove il primo reggimento ha perso 28 uomini nel primo assalto, hanno tenuto la linea a Oslavia quando il terreno si è trasformato in un cimitero.

Hanno sepolto i loro compagni e sono tornati a combattere. Il generale Giuseppe Pennella, il comandante della Brigata, osserva la scogliera meridionale del Cengio. Sotto di lui la Val d’Astico precipita nel vuoto. Davanti 18 divisioni austro-ungari che avanzano. L’ordine è uno solo, tenere a qualunque costo.

Fra i 6000 c’è un orafo di Bologna che fa il portaordini, un sottotenente di Lioni che ha appena scritto una lettera alla famiglia, un capitano marchese di Palermo che porta il nome di una delle più antiche famiglie militari del Piemonte. Nessuno di loro sa che fra 12 giorni questa montagna avrà un nome nuovo e che la scogliera su cui camminano diventerà il simbolo di una scelta che il mondo non dimenticherà.

Quello che l’Austria non sa è che la spedizione punitiva concepita per castigare l’Italia alla fine punirà soltanto chi l’ha lanciata. Il Montecengio non è una posizione facile da difendere, è una posizione impossibile da difendere. Il versante meridionale è una fortezza naturale. Pareti verticali che precipitano nella Val d’Astico, centinaia di metri di vuoto.

Da quel lato nessuno può salire, ma da nord, da est, da ovest la montagna è esposta. Non ci sono trincee, non ci sono fortini, ci sono rocce nude e il cielo aperto sopra la testa. Quando i 6000 granatieri raggiungono le posizioni, la prima cosa che fanno è raccogliere pietre. Non hanno cemento, non hanno legname, non hanno tempo. Costruiscono muriccioli a secco con quello che trovano sul terreno.

Un aspirante ufficiale lo descriverà così. Si cercò subito di improvvisare una specie di muricciolo con delle pietre trovate sul posto. L’unico riparo: pietre contro l’artiglieria pesante dell’impero austro-ungarico. Il generale Pennella schiera la difesa su una linea che corre dal Monte Cengio al Monte Barco, al Monte Belmonte fino a Cesuna.

Il primo reggimento del colonnello Giovanni Albertazzi tiene il Cengio e la Valcanaglia. Il secondo del colonnello Guido Malatesta copre il settore orientale verso Magnaboschi. Sono colonnelli che guidano i loro reggimenti dall’estate del 1915. Non sono nomi su un organigramma, sono ufficiali che hanno marciato con i loro granatieri dalla prima trincea dell’Isonzo fino a questa montagna.

Quello che gli austriaci stanno per scoprire è che questi non sono i soldati che hanno travolto nelle ultime due settimane. Quelli erano reparti di linea, molti di complemento, alcuni appena formati. I granatieri sono un’altra cosa. Sono il reggimento che ha perso 28 uomini nel primo assalto a Monfalcone e il giorno dopo è tornato ad attaccare.

Quelli che aoslavia hanno preso quota 188 con un’irruzione che il generale austriaco Boroević ha definito improvvisa nei suoi rapporti. Quelli che il 29 marzo 1916 hanno subito 690 perdite in un solo giorno e non hanno arretrato di 1 metro. Il 29 maggio, 7 giorni dopo il loro arrivo, gli austriaci li trovano. La 28ª divisione lancia il primo assalto.

L’artiglieria prepara il terreno per ore. Granate pesanti martellano i muriccioli di pietra. Il fumo copre la vetta. Poi la fanteria avanza, la linea tiene, non dovrebbe tenere. Non ci sono trincee vere. I granatieri combattono da dietro le rocce, sparano, si spostano, sparano ancora. Quando gli austriaci arrivano troppo vicini, la risposta è la baionetta.

Il 30 e il 31 maggio Vienna alza la posta. Le truppe regolari non bastano. Arrivano i reparti d’Elite, il 59º reggimento Herzzo Griner, i Gebir Schutzen, truppe da montagna selezionate per combattere in quota e i reparti della Landver. Ondata dopo ondata, ogni volta la fanteria austriaca sale, ogni volta i granatieri la ributtano giù.

Contrattacchi alla baionetta fra le rocce, corpo a corpo dove il fucile non serve e conta solo chi colpisce per primo. Il piano di Conrad prevedeva uno sfondamento rapido. Montecengio doveva cadere in ore. Sono passati tre giorni e la montagna è ancora italiana. Quello che gli austriaci non capiscono è semplice.

Non stanno combattendo contro una posizione, stanno combattendo contro 257 anni di storia. Ogni granatiere che cade viene sostituito dal compagno alla sua destra. Ogni breccia viene richiusa con un contrattacco. Non è tattica, è identità e non sono soli. Nei combattimenti confluiscono i resti di altre brigate, la Catanzaro, la Pescara, la Novara, la Modena, reparti decimati, ufficiali caduti, soldati separati dai propri comandi, si mescolano ai granatieri e combattono senza distinzione di reggimento.

Sul cengio non esistono più unità organiche, esiste solo la linea e la volontà di tenerla. Ma c’è una cosa che la volontà non può controllare. Il primo giugno gli austriaci tagliano l’unica strada che collega il cengio alle retrovie italiane. La Val Canaglia è in mano nemica. Da questo momento niente arriva più sulla montagna.

Niente cibo, niente acqua, niente munizioni. I 6000 uomini del cengio sono soli, completamente circondati, con quello che hanno addosso e nelle giberne e gli austriaci mandano divisioni fresche. Il primo giugno passa senza cibo, il secondo senza acqua. Le munizioni si contano a pacchetti, non a casse.

Ogni colpo sparato è un colpo che non sarà sostituito. Gli austriaci, dall’altra parte cambiano i reparti ogni 12 ore. Truppe riposate, rifocillate, riarmate contro uomini che non mangiano e non bevono da un giorno. Poi due, poi tre. La matematica della guerra è spietata. Non esiste volontà che possa compensare all’infinito la mancanza di munizioni e cibo.

E gli austriaci lo sanno, per questo non smettono di attaccare. Il 2 giugno le truppe carinziane salgono sul cengio. Fanteria da montagna, selezionata, addestrata per combattere in quota. Attaccano da nord, attaccano da est, premono da ovest. Le posizioni italiane si restringono come un cerchio che si chiude. La struttura di comando non esiste più.

La maggior parte degli ufficiali è morta o ferita. I sopravvissuti di reggimenti diversi combattono fianco a fianco senza sapere chi comanda chi. Un capitano del primo reggimento guida fanti della Catanzaro. Un tenente della Pescara difende una posizione con granatieri del secondo. Sul cioomini. Fra questi uomini uno prende il comando di quello che resta del quarto battaglione del primo reggimento, il capitano Federico Morozzo della Rocca, il marchese di Palermo della prima pagina di questa storia, ferito a Monfalcone nel giugno 1915, decorato con

la medaglia di bronzo, tornato in linea. Non è un uomo che si arrende. Quando gli riferiscono che i viveri e le munizioni non arriveranno, che la strada è tagliata, che non c’è modo di rifornire la montagna, Morozzo risponde ai suoi uomini con una frase che dice tutto su chi sono questi granatieri.

Se i viveri e le munizioni sono al di là del nemico, baionetta in pugno, si va a cercarli. Non c’è retorica, c’è la constatazione fredda di un ufficiale che ha una sola opzione e la sceglie senza esitazione. 3 giugno 1916, l’alba. Il cielo è limpido per la prima volta in settimane. Visibilità perfetta. Per i difensori è la peggiore notizia possibile.

Significa che l’artiglieria austriaca può vedere ogni posizione, ogni muricciolo, ogni uomo che si muove sulle rocce. Alle 6:00 del mattino il bombardamento. Le granate pesanti colpiscono il cengio con una concentrazione che supera tutto quello che i granatieri hanno subito nei giorni precedenti. I muriccioli di pietra saltano in aria, le rocce si frantumano, il terreno trema, poi il bombardamento si alza e la fanteria avanza.

L’assalto finale viene da tutte le direzioni contemporaneamente. Il decimo battaglione del 59º reggimento Herz Herzoginer da nord, il primo e secondo reggimento Gebir Schutzen da est, il quarto e 27º Landver da ovest. Truppe bosniache chiudono le vie di fuga. Migliaia di uomini freschi contro centinaia di affamati.

I fucili dei granatieri sono vuoti, non servono più per sparare, servono per colpire. Le baionette entrano nelle carni. I calci dei fucili spaccano elmetti. Dove il fucile si spezza restano le mani corpo a corpo sulle rocce fra il fumo delle granate e il rumore dei corpi che cadono. Alle 10:00 l’assalto sfonda il primo [musica] settore.

A mezzogiorno il corpo a corpo è ovunque. Nel primo pomeriggio i granatieri del primo reggimento vengono respinti metro dopo metro verso il bordo meridionale della montagna, verso lo strapiombo, verso il vuoto. È in questo momento che il capitano Morozzo della Rocca manda il suo ultimo messaggio al generale Pennella.

Non è un grido, è un dispaccio militare scritto con la calligrafia di chissà che sta firmando le ultime parole della sua carriera. Sono circondato da tutte le parti ed incalzato e premuto. Sono esaurite le munizioni. Che fare? Arrendersi? No, mai. Nel pomeriggio del 3 giugno gli ultimi granatieri del primo reggimento si trovano sul bordo della scogliera meridionale del Monte Cengio.

Dietro di loro il precipizio, la Val d’Astico, centinaia di metri più in basso. Davanti a loro la fanteria austro-ungarica che avanza. Non hanno munizioni, non hanno via di fuga, non hanno rinforzi, hanno una scelta, scelgono di non arrendersi. Non è follia, non è disperazione cieca, è una decisione presa da uomini che sanno esattamente dove si trovano, cosa hanno dietro le spalle e cosa significa cadere nelle mani del nemico con le insegne dei granatieri di Sardegna addosso.

Nel pomeriggio del 3 giugno, sullo sperone roccioso meridionale del Monte Cengio, i fucili sono spezzati, le baionette sono piegate, le mani sono vuote, ma gli austriaci continuano ad avanzare, vogliono prigionieri, vogliono la resa. I granatieri del primo reggimento rispondono in un modo che nessun manuale militare ha mai previsto.

Afferrano i soldati austriaci, li stringono e si buttano giù dalla scogliera insieme a loro. Corpi avvinghiati nel vuoto. italiani e austriaci legati in un ultimo abbraccio che non è amore, non è odio, è il rifiuto assoluto della sconfitta. Un uomo che cade porta con sé il nemico che voleva catturarlo.

Un altro si lancia trascinando due avversari per le cinghie dell’equipaggiamento. Un terzo salta da solo perché non c’è più nessuno da afferrare. Il generale Pennella, lo stesso che nella prima pagina di questa storia guardava la scogliera del cengio, riceverà i rapporti ore dopo. Li metterà per iscritto con parole che restano.

Si narrava già di aver veduto rotolare per le rocce strapiombanti sull’astico, nel furore dell’ardente lotta, grovigli umani di austriaci e granatieri. Grovigli umani, non cadaveri, non corpi, grovigli, uomini che non si sono lasciati nemmeno nella caduta. Lo storico Gianni Pieran, che dedicherà la vita a ricostruire quello che successe su questa montagna, lo descriverà con una frase che toglie il fiato, in un’atmosfera da tregenda cui fa da incredibile ed atroce sfondo l’azzurro purissimo del cielo. Uomini avvinghiati

in uguale sorte, vinti vincitori, son visti precipitare nell’abisso. Da quel giorno la scogliera ha un nome, salto dei granatieri. Nessuno l’ha battezzata con una cerimonia. Si è chiamata così da sola, perché non c’era altro modo di chiamarla. Ma il salto non è l’unica storia di quel pomeriggio. Ci sono facce, nomi, vite che si chiudono in modi che nessuna narrativa potrebbe inventare.

Il sottotenente di Lioni, quello piantato nella prima pagina senza nome con una lettera appena scritta alla famiglia. Si chiama Teodoro Capocci, a 22 anni, studente di Scienze agrarie a Portici prima della guerra. Due medaglie d’argento già sul petto. Settimane prima della battaglia ha scritto a casa parole che adesso suonano come una profezia.

Avrei la consolazione di morire per il mio paese, per la sicurezza e la libertà dei miei cari. Consolazione, non paura, non rassegnazione. Consolazione. Il 3 giugno, a quota 1152 di Cesuna, il tenente colonnello Bignami combatte corpo a corpo al posto di comando del battaglione. Non c’è più distinzione fra ufficiali e truppa.

Bignami afferra un fucile, uccide un ufficiale austriaco e quattro soldati bosniaci. Capocci lo vede in pericolo, corre verso di lui, tre colpi lo raggiungono, cade ai piedi di Bignami. La sua motivazione della medaglia d’oro dirà: “Afferrato un fucile, si difese con sublime fierezza contro il nemico incalzante, fino a che, più volte colpito, gloriosamente cadde col nome d’Italia sulle labbra.

Quella lettera alla famiglia non era retorica, era un testamento. E poi c’è l’orafo di Bologna, il portaordini piantato accanto al sottotenente nella prima pagina di questa storia. Si chiama Alfonso Samoggia. A 22 anni faceva l’orafo prima che la guerra lo trasformasse in messaggero. Il mestiere più pericoloso della trincea, quello che ti manda fuori dalla copertura mentre tutti gli altri restano al riparo.

Il 3 giugno a Cesuna, la sua compagnia è sotto un fuoco che non lascia scampo. Servono rinforzi. Qualcuno deve attraversare il terreno battuto dall’artiglieria per raggiungere il comando di battaglione e chiedere aiuto. Samoggia si offre volontario, attraversa lo scoperto sotto le granate, arriva al comando. La risposta è una sola parola.

No, non ci sono rinforzi, non c’è niente da mandare. Tutto quello che resta è già in linea. Samoggia torna indietro, corre attraverso lo stesso terreno battuto. Una scheggia lo colpisce alla bocca, cade, si rialza. raggiunge il sottotenente Giuseppe Verdecchia, il suo ufficiale, e con il sangue che gli riempie la gola grida le ultime parole della sua vita.

Resista, signor tenente, resista. I rinforzi arriveranno. Ha mentito. Lo sa, non arriverà nessuno, ma quella menzogna tiene la posizione. Quegli uomini resistono ancora perché un orafo di Bologna con una pallottola nella bocca ha scelto di morire dando speranza invece che verità. La chiameranno la sublime menzogna.

E in sua memoria i portaordini dei granatieri porteranno un distintivo che ricorda il suo nome. Samoggia muore tre giorni dopo, il 6 giugno, in un ospedale da campo austriaco a Casotto, vicino a Trento. Dall’altra parte della montagna il colonnello Malatesta scrive l’ultimo atto di sfida del secondo reggimento. A Magnaboschi le truppe bosniache hanno sfondato la linea, hanno preso Busibollo, hanno catturato i cannoni della seconda batteria campale.

Per qualunque comandante razionale la risposta è ritirarsi. Ma la testa non è razionale, è un colonnello dei granatieri. Raccoglie quello che resta: cuochi, furieri, telefonisti, chiunque sappia impugnare un fucile, una sola mitragliatrice funzionante. Prende la bandiera del reggimento e la porta in prima linea e carica.

Un assalto alla baionetta contro posizioni consolidate con una banda di sopravvissuti armati di cucchiai da cucina e buona volontà. riprende Busibollo, riprende i cannoni, riporta la linea dove stava prima. È un atto che rasenta la pazzia e funziona solo perché gli austriaci non riescono a credere che qualcuno possa essere così folle da caricare in quelle condizioni.

Le due bandiere reggimentali, 257 anni di storia cuciti nel tessuto, non cadono in mano nemica. Verranno portate fuori dalla montagna quella notte, perché la notte arriva. La notte fra il 3 e il 4 giugno 1916 e con la notte il silenzio. I sopravvissuti scendono verso Monte Pau, non marciano, si trascinano.

Sono quello che resta di una brigata che 12 giorni prima contava 6000 uomini. 1300 1300 uomini raggruppati in un unico battaglione. Tutto quello che resta del primo e del secondo reggimento granatieri. 4478 fram morti, feriti e dispersi. 151 ufficiali su 240 non rispondono più all’appello. 6000 salirono, 1300 scesero e la montagna tenne il loro nome per sempre.

Quello che nessuno riesce a spiegare, quello che i rapporti militari non catturano e che i numeri non dicono è perché perché uomini senza munizioni, senza cibo, senza speranza, hanno scelto la scogliera invece della resa perché un orafo ha mentito con il sangue in gola. Perché un sottotenente ha corso verso la morte chiamandola consolazione? Perché un colonnello ha caricato con una bandiera e una preghiera? La risposta non sta nei manuali militari, sta in qualcos’altro, sta nell’identità, non nell’ordine di un generale, non nella speranza di un rinforzo, non nella

logica militare. Chi salta da una scogliera trascinando il nemico con sé, non segue un ordine. Chi mente con il sangue in gola per dare coraggio ai compagni, non lo fa per calcolo. Chi corre verso tre pallottole, chiamando la morte una consolazione, non sta obbedendo a nessuno. Lo fa perché è un granatiere. 157 anni, dal 1659 al 1916.

una linea ininterrotta di uomini che hanno portato lo stesso nome, la stessa uniforme, lo stesso giuramento. Non è retorica, è il peso specifico di una tradizione che si trasmette da uomo a uomo, da compagnia a compagnia, da generazione a generazione. Un granatiere del 1916 sa come è morto un granatiere del 1800, sa come ha combattuto un granatiere del 1700 e sa che il granatiere che verrà dopo di lui saprà come è morto lui.

Sul Monte Cengio quel peso diventa una scelta. Non si arrendono, perché arrendersi significherebbe spezzare quella catena. Non per orgoglio vuoto, per una cosa più profonda, per la certezza che dietro di loro c’è la pianura veneta, Venezia, le famiglie di milioni di italiani e per la certezza ancora più forte che accanto a loro c’è il compagno, quello con cui hanno marciato da Monfalcone, quello che ha diviso l’ultimo pezzo di pane il primo giugno, quello che adesso non ha più munizioni come te e ti guarda negli

occhi. L’Austria era venuta a punire dei codardi. Aveva trovato uomini disposti a morire. pur di non cedere e il prezzo della loro scelta lo pagano anche gli austriaci. Il decimo battaglione del 59º reggimento Herz Herzogriner, le truppe scelte mandate a conquistare il cenio, esce dalla battaglia con i numeri di una disfatta.

57 morti, 211 feriti, 63 dispersi. Quei 63 non sono prigionieri. I granatieri del 3 giugno non prendevano prigionieri. Non avevano modo di farlo. Quei 63 uomini sono caduti dalla scogliera insieme ai difensori. L’organico di combattimento non superava i 350 fucili. Un battaglione che era partito con più di 800 uomini, ridotto a meno della metà, contro avversari che non avevano neanche le munizioni per sparare.

E questo è un solo battaglione, una sola posizione, un solo giorno. Le perdite si moltiplicano lungo tutta la linea d’assalto. La vittoria austriaca sul Monte Cengio non è una vittoria, è un dissanguamento, perché la verità che nessuna mappa mostra è questa: il Monte Cengio cade il 3 giugno, sconfitta tattica. Le truppe austro-ungariche piantano la bandiera sulla vetta, ma non avanzano più, non possono.

I 12 giorni di resistenza dei granatieri, dal 22 maggio al 3 giugno, hanno comprato il tempo che l’Italia non aveva. Cadorna ha riorganizzato la quinta armata. Divisioni fresche sono arrivate dall’isonzo. La linea difensiva a sud dell’altopiano tiene. L’avanzata austriaca si ferma esattamente dove i granatieri l’hanno rallentata abbastanza da far arrivare i rinforzi.

E poi il 4 giugno sul fronte orientale il generale russo Brusilov lancia la più grande offensiva della guerra contro le linee austro-ungariche. 616.000 perdite austriache in pochi mesi. Conrad, che aveva sguarnito l’est per alimentare la sua spedizione punitiva, si ritrova con due fronti in crisi e le riserve esaurite.

Il 16 giugno Conrad ordina la sospensione dell’offensiva del Trentino. La Straf Expedition è finita. 100.000 perdite austriache complessive, nessuno sfondamento nella pianura, nessun accerchiamento delle armate italiane, nessuna resa. La spedizione punitiva ha punito solo chi l’ha lanciata. Il 28 giugno 1916 la controfensiva italiana riprende il Monte Cengio.

I soldati che salgono sulla montagna trovano quello che resta, corpi di granatieri dove sono caduti, alcuni ancora aggrappati alle uniformi austriache, mani che non si sono aperte nemmeno dopo la morte, come se il rifiuto di cedere fosse passato dalla volontà alle ossa e dalle ossa alla terra.

Il cio è di nuovo italiano, ma il cenio non è più una montagna, è un cimitero, è una promessa. È la prova che esiste un punto oltre il quale un uomo non può essere piegato, solo ucciso. E quello che gli austriaci scrissero nei propri rapporti militari, documenti interni, riservati, destinati ai comandi e non alla propaganda, contiene parole che nessun italiano dovrebbe mai dimenticare.

Non sono parole italiane, non sono scritte da un giornalista di Roma o da un propagandista del governo. Non sono il discorso di un generale che vuole decorare i propri uomini. Non sono la celebrazione di un veterano che abbellisce i ricordi. Sono parole austriache scritte da ufficiali austriaci in rapporti austriaci, documenti interni riservati destinati ai comandi di stato maggiore, non alla stampa, non al pubblico, non alla propaganda, alla verità operativa, quella che un esercito scrive per sé stesso quando deve capire cosa è successo e perché. Ed è proprio per

questo che sono devastanti. Il rapporto del Cookinfreg numero 47, un documento militare dell’Imperial Regio Esercito austro-ungarico, contiene una frase che l’Austria non ha mai scritto per essere letta dagli italiani. Le migliori truppe italiane, la Brigata Granatieri, difendeva l’altopiano. Le migliori truppe italiane.

Non lo dice Roma, non lo dice il comando supremo, lo dice Vienna, lo dice il nemico che era venuto a punire l’Italia per il suo tradimento. Lo dice lo stesso esercito che aveva attraversato gli altipiani, convinto di avere davanti coscritti demoralizzati e reparti di seconda linea. Nella prima pagina di questa storia l’Austria guardava l’Italia dall’alto. 400.

000 uomini, 2000 cannoni, 18 divisioni, la spedizione punitiva, l’arroganza di chi punisce un traditore. E adesso, nei propri documenti interni, quello stesso esercito scrive che ha combattuto contro le migliori truppe che l’Italia potesse schierare. Non è un complimento, è una constatazione.

è un ufficiale che deve spiegare al suo comando perché il piano non ha funzionato, perché il calendario è saltato, perché truppe fresche e riposate non sono riuscite a sfondare una linea difesa da uomini affamati. E la sua risposta è perché quelli erano i migliori. Ma il rapporto del FBEC non è l’unico documento.

Un altro passaggio dei rapporti austriaci collegato alla documentazione delle operazioni sull’altopiano usa un’espressione ancora più significativa. Per tale difesa i granatieri, l’orgoglio italiano, si sono dissanguati. L’orgoglio italiano, tre parole scritte dal nemico, non da un italiano che si vanta, da un austriaco che riconosce.

E quel verbo dissanguati dice tutto. Non hanno combattuto, non hanno [musica] resistito, si sono dissanguati, hanno dato il sangue fino all’ultima goccia. L’ufficiale che ha scritto queste parole ha perso uomini contro quei granatieri. Non sta facendo un elogio, sta registrando un fatto. E il fatto è che l’orgoglio italiano sulla cima di quella montagna era reale.

Quegli ufficiali austriaci non potevano sapere che le loro parole sarebbero diventate la prova definitiva. Scrivevano per i loro generali e senza volerlo hanno scritto per la storia. Poi c’è il documento più straordinario di tutti, la motivazione della medaglia d’oro al valor militare del capitano Federico Morozzo della Rocca, il marchese di Palermo che nella prima pagina di questa storia portava il nome di una delle più antiche famiglie militari del Piemonte.

Quello che ha scritto “Se i viveri e le munizioni sono al di là del nemico”. Baionetta in pugno. Si va a cercarli. Quello che ha mandato il suo ultimo messaggio. Arrendersi? No, mai. La sua motivazione conferita il 16 agosto 1918 dice: “Con truppe miste della Brigata Granatieri e di altri corpi, circondato da forze nemiche soverchianti, battuto da poderose e numerose artiglierie avversarie, senza viveri e senza munizioni, contese rabbiosamente ed ostinatamente all’avversario per più e più giorni una posizione di capitale importanza, trascinando più volte gli

avanzi dei suoi reparti ad epici contrattacchi alla baionetta”. Con grande perizia, con fulgido coraggio, con sovrumana energia, resistè fino agli estremi in condizioni disperate, destando l’ammirazione dello stesso avversario. Destando l’ammirazione dello stesso avversario. Questa non è una frase retorica inserita per abbellire una decorazione.

È una constatazione ufficiale. Il documento militare italiano certifica con valore legale che il nemico stesso ha ammirato la difesa dei granatieri. Non è l’Italia che si autocelebra. È l’Italia che mette per iscritto quello che l’Austria ha riconosciuto. Il cerchio si chiude. L’orafo di Bologna che mente per dare coraggio, il sottotenente di Lioni che corre verso tre pallottole, il marchese di Palermo che rifiuta la resa.

Ognuno di loro è morto o è caduto prigioniero su quella montagna e il nemico che li ha combattuti ha scritto che li ammirava. Resta Conrad. Franz Conrad von Hzendorf, l’architetto della spedizione punitiva, l’uomo che aveva giurato di castigare l’Italia, che aveva sguarnito il fronte orientale per concentrare tutto sulla vendetta.

Il primo marzo 1917 l’imperatore Carlo I lo destituisce dal comando, non per una sconfitta sul campo, per qualcosa di peggio, per aver promesso una punizione e non essere riuscito a infliggerla, per aver dissanguato il proprio esercito contro uomini che i suoi stessi rapporti chiamavano i migliori. La carriera del generale che voleva punire i traditori finisce perché i traditori non si sono lasciati punire.

Entrambi i reggimenti, il primo e il secondo granatieri, ricevono la medaglia d’oro al valor militare sulla bandiera. Due medaglie d’oro per una sola battaglia. La motivazione parla di sovrumana tenacia. Non è un aggettivo scelto a caso, sovrumana, oltre l’umano. E sulla targa del monumento al Monte Cengio, le parole scolpite nella pietra dicono: “Ai morti dell’invitta brigata granatieri che a Monte Cengio e Cesuna salvarono l’onore d’Italia.

In vitt, non invincibile, in vitta, mai sconfitta. Il Monte Cengio è caduto, la brigata no, perché non si può sconfiggere chi sceglie la morte piuttosto che la resa. Si può solo ucciderlo e anche dopo averlo ucciso bisogna scrivere nei propri rapporti che era il migliore. Il capitano Morozzo della Rocca non muore sul Monte Cengio, viene catturato quando la resistenza diventa insostenibile.

Sopravvive alla prigionia, torna in Italia, diventa generale di brigata nel 1935, generale di divisione nel 1937. Muore Roma il 23 aprile 1971 a 93 anni. ha vissuto abbastanza per vedere il mondo dimenticare e ricordare, dimenticare e ricordare di nuovo, ma il suo reggimento non ha mai dimenticato. Dopo il Monte Cengio i 1300 sopravvissuti vengono riorganizzati, ricevono complementi, tornano in linea.

Sesta battaglia dell’Isonzo, agosto 1916, 3550 perdite. Settima battaglia dell’isonzo, 1610. Decima 227. 11ª [musica] 1518, poi la ritirata dopo Caporetto, il Piave, Vittorio Veneto, non si fermano mai. Non si fermano fino all’ultimo giorno dell’ultimo anno di guerra. Il conto finale della Grande Guerra per i granatieri di Sardegna. 12.

202 morti e dispersi, 14.110 feriti, 26.312 312 perdite totali in poco più di 20 mesi di servizio in prima linea, uno dei tassi di perdite più alti di qualunque brigata di fanteria italiana. E non è finita. 8 settembre 1943, l’armistizio. La Germania si volta contro l’Italia, le truppe tedesche avanzano su Roma.

I comandi italiani si dissolvono nel caos. Generali che fuggono, unità che si sciolgono, ordini contraddittori o inesistenti. Ma a Roma c’è la divisione granatieri di Sardegna al comando del generale Gioacchino Solinas e i granatieri del 1943 fanno esattamente quello che avrebbero fatto i granatieri del 1916. Rifiutano di essere disarmati.

Il 9 e il 10 settembre a Porta San Paolo i granatieri combattono l’ultima difesa di Roma, affiancati da carabinieri, bersaglieri, lancieri di Montebello e civili romani armati di quello che trovano. 597 italiani cadono, 414 militari, 183 civili. Roma cade, ma la scelta è la stessa. 27 anni dopo un nemico diverso, la stessa risposta.

Porta San Paolo è considerata il primo atto della resistenza italiana. E non è un caso che a combatterla siano stati gli stessi uomini, lo stesso reggimento, la stessa bandiera, lo stesso nome che sul Monte Cengio avevano scelto la scogliera piuttosto che la resa. Oggi la Brigata meccanizzata Granatieri di Sardegna ha sede a Roma.

È ancora il reparto di fanteria più anziano d’Italia. Il secondo battaglione porta il nome Cengio. Ogni granatiere che entra in servizio conosce la storia del 3 giugno 1916. Non perché gliela insegnino come una lezione, [musica] perché gliela trasmettono come un’identità. Sulla cima del Monte Cengio, una statua fusa con i frammenti delle bombe della Grande Guerra guarda la Val d’Astico.

Il sentiero che sale si chiama La Granatiera. La scogliera si chiama ancora salto dei granatieri. Nel 1967 il Parlamento italiano dichiara il Monte Cengio zona sacra alla patria. Zona sacra. Non monumento, non parco storico, zona sacra. Ogni anno il 3 giugno, i granatieri salgono su quella montagna. Vecchi soldati, reclute fresche, famiglie dei caduti, camminano sullo stesso sentiero, guardano la stessa scogliera e ricordano cosa fecero 6000 uomini in 12 giorni su quella roccia.

L’Austria-Ungheria non esiste più. Si è dissolta il 3 novembre 1918, 2 anni dopo il Monteco. L’impero che aveva mandato 400.000 uomini a punire l’Italia è sparito dalla carta geografica. Conrad von Hzendorf è morto nell’oblio nel 1925. La sua spedizione punitiva è una nota a piedi di pagina nei libri di storia austriaci.

Ma i granatieri di Sardegna esistono ancora 367 anni dopo la loro fondazione. La caserma è a Roma, la bandiera è la stessa e il Monte Cengio è ancora lì con il suo strapiombo e il suo nome. 6000 uomini salirono su quella montagna, 1300 ne sceso e l’impero che voleva punirli non esiste più.

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